15 agosto – La fine di un incubo

Se Ferragosto per noi italiani rappresenta il cuore dell’estate e l’apice delle vacanze, per giapponesi e coreani il 15 agosto è una data fondamentale della storia contemporanea, seppur in ottica diversa per i due Paesi, e quest’anno viene ricordato con maggiore intensità.

Il 15 agosto in Giappone indica l’anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, il giorno in cui, verso mezzodì (ora locale), il popolo giapponese si riunì davanti alle radio per ascoltare la voce dell’Imperatore Hirohito che dichiarava la resa e la conclusione del conflitto, che si era protratto sul fronte del Pacifico culminando col bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki.
Se nel mondo attuale, sovraesposto mediaticamente in tutti gli aspetti istituzionali e privati, diamo per scontata la conoscenza delle personalità pubbliche e il quotidiano reportage dei mezzi di informazione circa le loro dichiarazioni, dobbiamo ricordare che per la gran parte dei cittadini del Sol Levante quella era la prima volta che udivano l’Imperatore parlare, la prima volta che colui che era ritenuto il figlio degli dei si rivolgeva alla Nazione, annunciando la sconfitta e la conseguente cessazione delle ostilità. Un giorno che porta in sé sia la dolorosa fine del vecchio Giappone prebellico, sia il nuovo e faticoso inizio del dopoguerra.

Questa data è in seguito stata ufficializzata come giornata dedicata al ricordo e alla riflessione sulla pace. Ogni anno a Tokyo viene organizzata una cerimonia ufficiale, per portare avanti la memoria delle vittime giapponesi (stimate in circa 3,1 milioni, di cui 2,3 milioni di soldati e/o impiegati a vario titolo nell’ex Esercito Imperiale e circa 800.000 civili) e pregare per la pace. Un minuto di silenzio coinvolge le famiglie e i discendenti dei caduti e gli esponenti della famiglia imperiale.
Quest’anno, il più anziano partecipante all’evento è stato un “ragazzo” di 98 anni, originario dell’Hokkaidō (l’isola più a Nord dell’arcipelago nipponico), in rappresentanza del fratello, deceduto a seguito della guerra a soli 26 anni. Hanno preso parte alla commemorazione anche dei giovanissimi under 18, chiamati a raccogliere il testimone delle generazioni precedenti, perchè le sofferenze patite non vengano mai dimenticate anche da coloro che non hanno vissuto in prima persona il dramma del conflitto, come dichiarato nel suo discorso dall’Imperatore Naruhito.

Particolarmente interessante in questo anniversario a cifra tonda è stato l’intervento del Primo Ministro Shigeru Ishiba, il quale, per la prima volta in 13 anni, oltre a sottolineare l’importanza della memoria e della rinuncia alla guerra, ha parlato della necessità per i giapponesi di imprimere nel cuore il rimorso e la lezione della Seconda Guerra Mondiale. I media sudcoreani hanno messo in evidenza come dal 2012 (governo di Shinzo Abe) fosse stato in sostanza sempre evitato il riferimento alle tribolazioni affrontate dai Paesi vicini al Giappone, recuperato invece da Ishiba nella sua dichiarazione odierna, anche se nemmeno quest’ultimo ha menzionato esplicitamente le Nazioni vittime dell’aggressione e della dominazione coloniale nipponica (su tutti, la Corea, com’è ovvio).
I giornalisti coreani hanno inoltre riportato che il Ministro dell’Agricoltura giapponese Shinjirō Koizumi – figura di spicco del governo Ishiba e suo probabile delfino – si è recato a rendere omaggio ai caduti presso il controverso santuario di Yasukuni, considerato il simbolo del passato imperialista del Giappone (e icona di fascinazione per rigurgiti di nostalgia nazionalista mai del tutto sopiti). Si tratta del luogo dove sono venerate le anime di quanti sono rimasti uccisi nei conflitti che hanno visto protagonista il Paese del Sol Levante fino al 1954: un lunghissimo elenco di morti – civili, innocenti e animali – che include anche una consistente lista di criminali condannati nel Processo di Tokyo per essersi macchiati di atroci crimini di guerra, contro la pace e contro l’umanità. Sebbene Koizumi non sia il primo (ma speriamo sia l’ultimo) a visitare coloro che sono ricordati a Yasukuni, come è facile immaginare, il gesto ha suscitato l’indignazione di Cina e Corea.

Venendo dunque al Paese del Calmo Mattino, se il 15 agosto per il Giappone è la Giornata della Memoria, a Seoul si celebra invece la Giornata della Liberazione Nazionale, ovvero la fine del dominio coloniale giapponese sulla penisola coreana. Quest’anno i festeggiamenti coincidono con l’inizio del mandato del nuovo Presidente, Lee Jae Myung, dopo la rocambolesca conclusione della presidenza di Yoon Suk-yeol, che a fine 2024 aveva dichiarato la legge marziale, facendo insorgere la popolazione.

Nell’ambito della festa si è dunque inserita quella che è stata chiamata la “Cerimonia del Mandato Popolare”, che ha visto il presidente Lee ricevere delle lettere di nomina simboliche da parte dei cittadini e che porterà successivamente a un incontro con i rappresentanti delle diplomazie internazionali.

Nel suo discorso, Lee ha onorato coloro che hanno combattuto per l’indipendenza della Corea e ha seguito la linea dei suoi predecessori, rivolgendosi ai mai dimenticati fratelli della Corea del Nord, impegnandosi a riprendere il dialogo e a costruire un rapporto di fiducia e di coesistenza pacifica, per la creazione di una Corea denuclearizzata e sostenuta dalla cooperazione internazionale. Una riflessione è poi stata inevitabilmente rivolta al Giappone, confermando il percorso di ricostruzione dei rapporti tra i due Paesi, separando le controversie storiche dalla cooperazione per un futuro di amicizia e fiducia, auspicando che i vicini nipponici sappiano affrontare le pagine più buie del passato.

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